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Lambrusco sì, Lambrusco no?

Lambrusco sì, Lambrusco no?

 

 

 

Eh sì, è vero: per anni il Lambrusco è stato l’anello debole della produzione vinicola italiana. Le grandi regioni (soprattutto Piemonte e Toscana) quasi si vergognavano di avere in casa un parente di quel livello, quasi come il cugino burino che ai pranzi di famiglia si presentava in stivali, camicia a fiori e sorriso incomprensibilmente smagliante. Il mondo del vino è molto snob. Ma è anche vero che per anni il Lambrusco si era davvero venduto l’anima al diavolo. Francesco Guccini racconta che una volta negli Stati Uniti lo vide servire al bar in bicchieri di plastica con ghiaccio e spruzzata di seltz. Un’indecenza, diciamolo. Ma pur di vendere si accettava di tutto, diciamo anche questo.

 

 

 

Poi per fortuna le cose sono cambiate. Il peggioramento della reputazione ha generato una flessione di vendite e qualcuno ha capito che era arrivato il momento di cambiare passo. I produttori modenesi, complice anche la riscoperta in Italia dei vitigni autoctoni iniziata con gli anni Duemila e il declino dei vini mangia-e-bevi, hanno deciso di tornare a lavorare sul prodotto, in vigna così come in cantina scegliendo le uve e i metodi più adatti. Hanno impiegato parecchi anni per invertire la tendenza e ancora di più per far passare il messaggio: il Lambrusco non è una bibita gassata bensì un prodotto agricolo fatto da gente che lavora la terra e studia. 

 

Risultato: nel giro di pochi anni il Lambrusco risorge, non ci si vergogna di ordinarlo, berlo e degustarlo, anche se ancora oggi chi ne parla si sente in dovere di specificare che non è più il vino da festa paesana di una volta, si sente quasi costretto a giustificarsi. Ma anche questo cambierà, la direzione è quella giusta e sotto la guida di produttori attenti e responsabili possiamo stare tranquilli che non ci saranno passi falsi.