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Il Tocai, anzi no, il Friulano

Il Tocai, anzi no, il Friulano

 

La storia del Tocai e del Tokaji è una di quelle storie che si protraggono per anni e che quando finalmente trovano soluzione lasciano strascichi per i quali occorrono anni prima che gli attriti vengano appianati.

Per ragioni forse puramente storiche legate al dominio austro-ungarico nel lombardo-veneto si è creato il caso di omonimia tra il Tocai friulano, il tipico vitigno autoctono bianco della regione norditaliana, con il Tokaji ungherese, che non è un vitigno bensì una DOP che comprende vari vini prodotti con viti a bacca bianca nei dintorni della città di Tokaj, nel nord-est dell’Ungheria. I più noti Tokaji sono vini da dessert, mentre in Friuli si tratta di vino secco.

Ora, fino a quando la globalizzazione era un interessante argomento da tema per l’esame di maturità, il fatto che due vini diversi avessero (quasi) lo stesso nome era un fatto forse più folkloristico che un vero problema. Ma le cose cambiano, nel mondo il commercio diventa sempre più intricato e privo di barriere. Normale che ad un certo punto si sia avvertita l’esigenza di trovare una soluzione a questa fastidiosa ambiguità.

È stata l’Ungheria ad aprire il contenzioso, forte anche di una territorialità più stretta tra nome del vino e zona di produzione.

Nel 1994 l’Unione Europea ha preso la controversa decisione di permettere solo ai magiari di usare il nome Tokaji, mentre ai produttori friulani ne è stato vietato l’utilizzo dando loro tempo fino al 2007 per trovare un nuovo nome e rimuovere il nome Tocai dalle etichette.

 

Nonostante i ricorsi e il malcontento alla fine il nome “Friuliano” si è affermato con ottimo successo, anche se qualche produttore ancora rimpiange l’appellativo storico.