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ODDERO PODERI e CANTINE

ODDERO PODERI e CANTINE

Avvicinarsi a Oddero vuol dire innanzitutto andare ad affrontare la Storia. La gentilezza con cui Isabella Boffa Oddero mi ha accolto la prima volta che sono entrato in cantina a La Morra e la gentilezza che mi ha riservato al telefono in occasione di questa chiacchierata sono però anche conferme che la Storia spesso va a braccetto con la cortesia, quella rustica e d’altri tempi di quel Piemonte refrattario alla volgarizzazione dei modi.

 

 

 

“Sono orgogliosa di essere parte di una famiglia con radici profonde nel territorio”, dice Isabella. “I primi documenti ufficiali che abbiamo trovato sulla nostra famiglia risalgono alla fine del 1700 e hanno a che fare con la casa nella quale abitiamo ancora oggi, che è anche la sede della nostra cantina e dove ospitiamo i visitatori. I miei avi sono partiti dall’uva Dolcetto, che per decenni è stata la varietà principe delle Langhe perché era buona sia da mangiare sia da vinificare”.

Il 1878 è la prima data cruciale nella storia della cantina: "E' questo l'anno in cui viene per la prima volta imbottigliato il vino con l'etichetta Oddero. Un evento quasi rivoluzionario per l'epoca, visto che quasi tutto il vino veniva venduta in damigiana", sottolinea Isabella con misurato orgoglio.

Da questo momento la produzione inizia a decollare, complici anche alcuni miglioramenti tecnologici che, in base ai documenti storici ritrovati dopo lunghe ricerche, hanno a che fare anche con il parroco del paese che riuscì a farsi inviare dalla Sicilia dello zolfo per combattere l'oidio.

All'epoca a guidare la famiglia sono Giacomo e la moglie Luigia, da tutti considerata un prodigio nel far di conto e nel gestire la macchina commerciale. 

Le bottiglie Oddero iniziano ad essere "esportate" fuori dalle Langhe e a conquistare prima l'Italia poi l'estero, soprattutto l'Inghilterra, notoriamente artefice delle fortune di tanti alcolici europei.

Con i guadagni la sapiente Luigia avvia una oculata politica di espansione: vengono acquistate numerose vigne in vari punti delle Langhe, dando vita ad una struttura a macchia di leopardo che ancora oggi caratterizza la cantina Oddero.

 

 

 

Una politica che si è addirittura andata ad accentuare dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando a guidare l’azienda di famiglia c’è un altro Giacomo, nipote del Giacomo fondatore e di Luigia. 

“In un periodo di forte depressione e in cui quasi tutti se ne andavano dalla campagna per andare a lavorare in città”, dice Isabella, “mio nonno scelse di restare nella sua terra. Anzi, decise di investire ed ampliare ulteriormente la tenuta acquistando appezzamenti in zone diverse del Barolo, ad esempio a Castiglione Falletto, unanimemente considerata una delle più vocate.”


Nonno Giacomo era particolarmente bravo nell’individuare i migliori cru, quelli che una volta in dialetto piemontese si chiamavano “sorì” e che oggi nel Barolo e nel Barbaresco sono stati codificati nelle “Menzioni Geografiche Aggiuntive” (o anche “sottozone”).


Isabella continua a raccontare che “fino al 1982 tutti i Barolo erano un blend dei vari sorì. In cantina si bilanciavano le uve dai vari vigneti in base all’annata per creare il miglior Barolo possibile”.

 

 

 


La scelta di vinificare il singolo vigneto è arrivata in tempi relativamente recenti e anche in questo Oddero è stata tra i primi a capire che bisognava dare il giusto riconoscimento ad ogni sottozona.

“Il Nebbiolo è un’uva che esprime profondamente il terreno in cui cresce. La nostra famiglia ha vigneti in varie zone del Barolo e ognuna di queste ha caratteristiche diverse in base all’esposizione e soprattutto al terreno. Basta spostarsi di poche centinaia di metri e l’era geologica da cui le profonde radici della vite attingono sostentamento cambia completamente. Di conseguenza anche il vino che ne deriva è molto diverso. Il nostro lavoro è di assecondare questa diversità. La nostra mano deve essere quasi invisibile, deve solo aiutare il Nebbiolo ad esprimersi al meglio”.

 

 

 

 

 

 

E’ anche questo il motivo per cui Oddero non ha mai fatto uso di botti piccole.

“Guarda, non ho neanche più voglia di mettermi a discutere di barrique e botti grandi”, dice Isabella nell’unico momento in cui forse lascia da parte il suo aplomb sabaudo. “Non ho voglia di parlare né con i detrattori delle botti piccole né con chi le ama. La discussione è stata affrontata mille volte e mille volte nel modo sbagliato. Basta. Noi usiamo botti grandi perché questo è il modo per esprimere al meglio il nostro Barolo. Abbiamo fatto qualche esperimento in botte piccola perché comunque non siamo chiusi alle novità ma non ci ha convinto, fine del discorso”.

 

Un’altra svolta nella gestione Oddero è stato il passaggio al regime biologico avviato nel 2008. Un progetto reso particolarmente complicato dalla frammentarietà delle vigne di proprietà che quindi richiede tanto lavoro e l’accettazione di rese ridotte, ma che ha anche aperto le porte ad ulteriori fette di mercato, quelle più attente alla sostenibilità dell’agricoltura.

“Bisogna essere leali con la natura”, è il commento di Isabella.

 

 

 

 

 

C’è ancora tempo per una domanda.

“Cosa pensi si debba fare per rendere il Barolo ancora più conosciuto nel mondo? Pensi che sia opportuno renderlo più alla portata di tutti o che sia meglio puntare sull’aspetto elitario del re dei vini?”, chiedo.

Isabella Boffa Oddero, che ha alle spalle studi letterari-economici, ci ragiona per qualche secondo e poi articola con sicurezza: “Il Barolo sarà sempre un vino limitato e di conseguenza non per tutti. Ma non perché siamo noi produttori a renderlo tale, è proprio una questione tecnica visto che il territorio del Barolo è piccolo ed è già vitato praticamente al massimo delle sue capacità. Però possiamo migliorare la divulgazione del nostro vino, ad esempio imitando la Francia che educa i propri sommelier a raccontare il vino francese nel mondo. Da noi purtroppo manca il coordinamento per lavorare nella stessa direzione; le iniziative in tal senso sono quasi sempre individuali. Un’ottima vetrina è stata la Barolo and Barbaresco World Opening 2020 che si è tenuta a Febbraio a New York promossa dal Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani”.

L’ultimo grande evento del vino italiano prima della pandemia. Non possiamo che augurarci che anche questi eventi possano ripartire presto.